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Nel Medioevo Clelia era un nome quasi dimenticato. Era la trasposizione in italiano di un nome romano antico, Cloelia, che a sua volta derivava dall'osco settentrionale. Collegato alla radice del verbo cluere, "avere fama", significava "illustre, famosa". Fu il Rinascimento a riproporlo sull'onda della riscoperta della storia e della cultura classica. Clelia era infatti la protagonista di una leggenda romana. Era stata data in ostaggio, insieme con alcune compagne, al re etrusco Porsenna. Ma un giorno la giovane, che non riusciva a sopportare quella prigionia, fuggi con le compagne attraversando il Tevere a nuoto. I Romani, che mai e poi mai avrebbero infranto un patto, la restituirono a Porsenna. Ma il re etrusco, ammirato dal suo coraggio, la liberò. L'episodio leggendario affascinò talmente una scrittrice francese del Seicento, Madeleine de Scudéry, che scrisse un noioso romanzo in dieci volumi, Clélie, histoire romaine. A sua volta Giuseppe Garibaldi scelse questo nome, simbolo di eroismo e di amore per la libertà, per sua figlia. E poi scrisse anche un romanzo storico-politico intitolandolo Clelia, il nome della protagonista: la figlia di uno scultore trasteverino che, fidanzata con un patriota, lo segue nelle sue avventure fino al tragico episodio di Villa Glori, al Gianicolo. Un romanzo privo di qualunque valore letterario, come gli altri d'altronde, ma interessante da un punto di vista storico per la conoscenza dei fatti del 1866. Sicché nell'Ottocento e nel primo Novecento Clelia, che non ha un onomastico cristiano, venne adottato da molti genitori patriottici e anticlericali che lo diedero alle loro figlie, e ancora adesso è abbastanza diffuso in tutta l'Italia, mentre il maschile Clelio è più raro.
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